sabato 3 marzo 2012

Forza Juventus

Era lunedì. Erano le 10. Eravamo in day hospital a fare i prelievi. Si è aperta la porta che separa il reparto dalla medicheria e dalla zona degli uffici. E' sbucata un'infermiera che ha sempre un sorriso per tutti. E non sorrideva. L'ho guardata. Aveva gli occhi lucidi. Ho capito. Ho fatto un respiro e mi sono stretta al petto mio figlio, ancora più forte del solito. Poi è sbucata Gabriella, la portantina, con il contenitore delle provette in mano. Aveva la testa bassa. Allora l'ho fermata. E ho chiesto. "Bernardo non c'è più, è successo ieri".

Le ho stretto forte l'avambraccio, ho digrignato i denti, mi sono di nuovo abbracciata mio figlio e gli ho dato tre baci. Poi l'ho posato nel passeggino, mi sono abbracciata il papà, lo abbiamo infilato nella sua giacca a vento celeste, abbiamo chiamato il papà di Astrid dalla sala letti e siamo andati diretti al quarto piano. Abbiamo chiesto alla reception le istruzioni per la camera mortuaria. Erano 400 metri a piedi, tre padiglioni di distanza, un po' di strada in salita da fare a piedi, nel vento. Così mio figlio se n'è tornato col padre al decimo piano, tranquillo in ludoteca. Io e il papà di Astrid abbiamo proseguito. Passo veloce, rabbia, silenzio. Un vento ghiacciato a tagliare la faccia. Il Grande Ospedale con le sue strade, i suoi palazzi, i suoi parcheggi, le sue insegne a forma di freccia che sembrava un labirinto sterminato. Dopo dieci minuti a piedi l'abbiamo trovata. Camera mortuaria maledetta: non dovrebbe essere vietata ai minori di 18 anni? Di 14, almeno?

Bernardo ne aveva appena compiuti 11. Da agosto faceva una vita d'inferno. Era passato da una spiaggia dell'anconetano al Grande Ospedale in meno di 24 ore, un giorno infuocato in cui gli era scoppiato un mal di testa insopportabile, scambiato in prima battuta per un'insolazione. Era arrivato dall'ospedale di Ancona con l'elicottero. Planato in sala operatoria, la prima e la seconda volta. La testa spaccata in due come una mela, poi ricucita. I capelli prima lunghi, con i boccoli, poi rasati a soldato. I medici dissero: "E' un tumore raro, al liquor, il liquido cerebrale che scorre dal cervello alla colonna. Ma è benigno". E quell'aggettivo piacque a tutti. Era un inno alla speranza, alla vita. Una beffa ingiusta, uno straordinario inganno. Le cure sono andate avanti per un po'. Radioterapia. Poi pasticche per bocca. Ma i giorni passavano e la malattia degenerava. Così le gambe hanno smesso di muoversi, poi le braccia, poi una massa dietro agli occhi ha annebbiato la vista, poi Bernardo si è stancato di restare aggrappato a questo incubo senza senso ed è volato via.

Serena, sua madre, è una delle creature più bianche e miti e coraggiose e straordinarie che io abbia mai incontrato nel regno di Op. Si è inventata ogni cosa per mettere le ali al figlio immobile. Portava il letto davanti al corridoio per fargli vedere il viavai di bambini, parenti e infermiere che si agitavano fuori dalla stanza. Gli caricava i cartoni animati da youtube sul computer e gli metteva il portatile sul letto, appoggiato su un vassoio, per farglieli vedere un po'. Videogiochi, libri, fumetti. E soprattutto partite della Juventus, con papà Luca a leggergli ogni mattina gli articoli su Conte, Buffon e Del Piero dalla Gazzetta dello Sport. A sistemargli la sacra maglia a strisce bianche e nere a bordo letto. Che quest'anno era l'anno buono e ci avrebbero cucito senz'altro lo scudetto.

I nonni di Bernardo non hanno mollato il nipote e i figli per un momento. Avanti e indietro, a turni, dal loro paese di 800 anime, tra il Gran Sasso e il mare. Insieme alle due sorelle di Serena e a quella di Luca. E al fratellino di Bernardo di 4 anni, Antonio, che ogni tanto si portavano insieme come fosse un cucciolo di canguro nel marsupio, a fargli dare una carezza in corridoio da mamma e papà.

La mamma di Serena, magra come un chiodo, gli occhiali grandi e il grembiule sempre allacciato, si è occupata per mesi del pranzo e della cena. Era la regina della cucina comune dell'undicesimo piano, dove si poteva incontrare a tutte le ore, a impastare la massa per i maccheroni freschi o a mescolare la crema pasticciera, a girare il sugo o a scottare la carne. Cucinava per Bernardo, finchè ha potuto mangiare da sè, ma anche per il marito, per i consuoceri e per i ragazzi. Apparecchiava con le tovagliette e le posate di ferro i tavolini delle salette d'aspetto dell'undicesimo piano. Se c'erano altre famiglie in attesa dei risultati dei prelievi o di fare una visita offriva sempre una forchettata di fettuccine o un cucchiaio di pasta e ceci. Passava il pannocarta con lo spray appena finito, lasciava tutto lindo e pinto più di prima e poi si metteva a fare i piatti, mentre la consuocera stava in un angolo a strizzare i panni del bucato e a sistemare le magliette e le mutande sullo stendino, fuori in terrazzo. I nonni maschi invece facevano cruciverba e sfogliavano riviste, sempre gentili, parlottando sottovoce, con l'aria rassegnata ma composta, un sorriso per tutti i bambini che si mettevano lì accanto a disegnare o a studiare gli esercizi d'inglese con le maestre. "I nonni soffrono due volte. Per i figli e per i nipoti", ripetevano all'unisono a chi passava a salutare.

Una famiglia scolpita nella roccia, intrecciata, schierata a falange. Dalla fede incrollabile, dai mille racconti sui pellegrinaggi fatti a piedi al santuario di San Rocco e di San Gabriele. Una famiglia ferita, violentata, terremotata, accampata. Io li guardavo con le valigie e le salviettine rinfrescanti alla mano e li amavo, mi sentivo in colpa per il mio bambino malato a cinque minuti di macchina da casa, per la diagnosi che ci avevano dato, leggermente più fausta, e per la nostra possibilità ogni tanto di fare una doccia o un giro in passeggino per i corridoi.

Quando siamo entrati nella chiesetta della camera mortuaria, io e il papà di Astrid, spettinati dal vento, nascosti nei piumini, rossi di rabbia e dolore, erano tutti lì. Gli amici bellissimi della nostra maratona sui carboni ardenti. Piegati, sconfitti, sfiniti. Eppure sempre uniti, incollati, come anelli di una catena d'acciaio. Di quelle che si mettono attorno ai macigni per non far franare le montagne.

La mamma di Serena mi è venuta incontro. Ci siamo strette. "Lo abbiamo perso", mi ha detto. "Perché?", mi ha chiesto. "C'eravamo tutti, quando se n'è andato. Tutti attorno a lui. Non mancava nessuno", ha detto a mezza voce con orgoglio da matriarca. E mi ha indicato la figlia, in fondo. Mi ha dato il permesso di avvicinarmi, facendo "vai" con la mano.

Allora ho aspettato un po'. Qualche avemaria, qualche preghiera. Ho asciugato la faccia e poi sono partita dritta verso Serena e Luca e verso Bernardo addormentato nel legno, con i suoi guanti da aspirante Buffon ai piedi. Luca come sempre non ha detto niente. Gli ho dato un bacio sulla guancia, da parte di mio marito. "Dice Marco che vi vuole bene", gli ho detto. "Lo so", ha risposto. Poi Serena mi ha preso la faccia tra le mani. E abbiamo pianto in silenzio. Poi abbiamo pianto più forte. E poi mi ha detto due cose, che raccontano bene lei chi è. "Perché sei venuta? Perché ti stai prendendo pure questo dolore? Tornatene da Angelo, lo so che ci volete bene. Dai, tornatene da tuo marito, che non è giusto che ti metti a piangere per noi". E ancora: "Lo sai che ci ho parlato con lui, mentre se ne andava via? Gli ho detto che adesso si deve occupare di voi, di Astrid, di Manuel e di tutti. Adesso vi deve portare fuori da lì. Mi ha detto che ci pensa lui adesso".

Così abbiamo anche riso un po' e ci siamo promesse che sua mamma li avrebbe rifatti in Abruzzo, quei maccheroni. E ci saremmo tornati con Angelo e Astrid a mangiarli, seduti composti e comodi davanti al camino, a casa loro, con Antonio sulle ginocchia, un vino buono, la terrazza che da una parte vedi la montagna e dall'altra il mare. C'era la mansarda, se volevamo fermarci a dormire. Altro che la saletta dell'undicesimo piano e i tovaglioli di carta. Un pranzo da signori. Tutta la famiglia unita. E Bernardo, in qualche modo e da qualche parte, insieme a noi. Dentro di noi, sicuro. Incollato al cuore, ai pensieri. Alle domande. Per sempre.

34 commenti:

  1. Ciao Bernardo, buon viaggio campione!! E ancora una volta ci si ritrova a chiedere un perchè che non avrà risposta!!!! Vi abbraccio!!!

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  2. stefania cosi3 marzo 2012 12:09

    SIETE DEI LEONI...TUTTI MAMME, PAPA', NONNI, BIMBI....MI RIEMPITE IL CUORE INTENSAMENTE...grazie paoletta

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  3. Le parole sono sempre sovrabbondanti.
    Ci sono solo tanti pensieri. Di quelli belli, però. Che fanno bene al cuore.
    Bisogna credere, lottare, esserci.
    Un abbraccio.

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  4. Gli aggiornamenti che non vorrei mai leggere...
    Luigi

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    1. caro Melgi, questo blog non e' un bollettino medico delle condizioni dei bimbi del regno di OP, sembra incredibile, ma invece e' proprio cosi', questo blog e' una provocazione che serve a parlare di un argomento tabu' per i media e per la morale comune delle famigliole "felici" e dalle aspettative telecomandate, in questo senso "aggiornamenti" e' la parola sbagliata, anche se ho capito la tua buona fede
      il papa' di Angelo

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    2. Nelle malattie ho imparato che la sensibilità si fa nuda. E' sempre molto difficile commentare perchè si può rischiare di usare parole giù di posto. Luigi con le sue 7 parole non voleva certo ferire nessuno scegliendone una non appropriata. Un pensiero al piccolo Bernardo, un abbraccio ai suoi genitori e a voi ai quali riservo sempre un pensiero speciale ogni giorno!

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    3. Quello che leggiamo qui in effetti ha una forza incredibile, una sfida, una speranza: quella di cercare di vivere meglio, e di fare di noi persone migliori, in grado di amare di più e di soffrire di meno. Grazie....Ciao Bernardo....

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    4. E' sempre difficile calibrare le parole... ancor più quando non ci si conosce, quando non si sa come esprimere quello che passa nella testa, quando gli argomenti sono tra i più delicati...
      Paola - forse - mi conosce un pelo di più. Ci siamo scambiati un paio di mail e - spero - abbia capito perché seguo questo blog...
      Purtroppo, o per fortuna, faccio parte delle famigliole felici, ma NON dalle aspettative telecomandate.
      Ho due bimbe di 5 e 3 anni e non cerco storie da compatire nel senso dozzinale del significato, ma piuttosto nel senso originale del termine: "cum patire" - "patire con".
      Poi, nella realtà, la domanda ricorrente è: «ma la mia presenza, le mie mail, la mia presunta attenzione, sono veramente utili?»
      Spero di conoscerti meglio, papà di Angelo, e spero di potermi far conoscere meglio.
      Un abbraccio - Luigi

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    5. Paola Natalicchio5 marzo 2012 21:53

      Caro Luigi e cari tutti, pazienti, attenti ed empatici lettori di questo difficile blog...

      Evidentemente la precisazione di Marco, il papà di Angelo, non aveva niente di direttamente collegato all'affettuosa frase di Melgi. Diciamo che la parola "aggiornamenti"(usata dal buon Luigi in ottima fede) è stata il pretesto per fare una precisazione sullo spirito di queste pagine, una precisazione che io condivido.

      A volte ci crea disagio ricevere mail e commenti in cui ci si chiedono notizie sulla salute dei piccoli o addirittura (è capitato anche questo) l'indirizzo del nostro ospedale per venirli a conoscere.

      Ribadisco: è limpida la buona fede, l'empatia, l'affetto, la dolcezza e la purezza degli intenti. Ma si rischia a volte di restare sul filo di un fraintendimento (Luigi, ripeto, non è il tuo caso). Questo non è un film a puntate su un gruppo di bambini in difficoltà e sulle loro famiglie. Non è un reality, non è un romanzo collettivo...
      Non è nemmeno, come anche si è scritto in questi giorni, un luogo di autoterapia nè di terapia di gruppo...

      Io scrivo, a modo mio, delle cronache dalla pancia della balena. Questa è una candela accesa nello stomaco del mostro che ci ha inghiottito e dal quale ci stiamo organizzando per uscire indenni. Mentre ci organizziamo abbiamo la nostra normalità, stringiamo legami inossidabili, impariamo cose. Ci manca la terraferma, eccome. E abbiamo paura che usciti da qui comunque niente sarà più come prima. Nello sguardo degli altri, primariamente. I nostri bambini saranno sempre degli ex malati e noi sempre dei reduci. Uno stigma è destinato a segnarci, il rischio di marginalità sociale è altissimo.

      Io racconto della malattia di mio figlio perché non me ne vergogno. E perché spero che questa non-vergogna diventi contagiosa. Perché spero che si possa parlare di malattia senza avere paura e senza fare paura. E' una parte della nostra vita. Che ha incredibilmente le sue sorprese e il suo incanto.

      Questo oblò aperto nella nostra apnea non deve però trasformare la comunicazione tra due mondi paralleli, per me necessaria e feconda, in voyerismo e violazione della privacy.

      Dove noi ci fermiamo dovete fermarvi anche voi. Con le domande, con la richiesta di informazioni.

      Diciamo che la sfida di questo blog coinvolge anche voi. E' una palestra rispetto alla quale sono certa siamo tutti all'altezza. Chi scrive e chi legge.

      Vi abbraccio tutti e vi ringrazio per la grande amicizia con cui seguite le nostre storie.

      Paola

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    6. Vi seguo da tempo e non mi sono mai permessa di intervenire proprio perchè penso che ogni parola sia superflua e allora non mi resta che sostenervi con il pensiero.
      Credo che ognuno debba tenere nel suo cuore le sensazioni provate leggendo questo blog.
      FORZA ANGELO...
      FORZA PAOLA
      FORZA PAPA'

      ......e buon volo piccolo Bernardo...
      Nuvola

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  5. ..e poi ci sono anche le fatine buone che credono di proteggerti non dicendoti nulla..e tu te ne stai a casa a letto bloccata con la schiena ma col pensiero ed il cuore sempre lì nel regno di OP..ignara di tutto..convinta di tornare e trovare tutto nello stesso precario equilibrio..invece torni e c'è un vuoto enorme..un vuoto nel cuore..un ultimo saluto mai potuto dare..un ultimo abbraccio mai potuto scambiare..e allora la sofferenza aumenta..ti resta quel rimpianto..quel rimorso di essere mancata nel momento in cui ci sarebbe stato bisogno della tua presenza..ed è proprio con questi rimpianti che diventa difficile convivere..anche se la consapevolezza di aver dato tanto dovrebbe servire in qualche modo a placare i sensi di colpa..è difficile per tutti..ma noi siamo bravi a sorriderci a vicenda anche quando gli occhi si incrociano e parlano d'altro..di dolore che ci accomuna ma che i soldatini del regno di OP non devono percepire..siamo bravi a proteggerli da questo..dobbiamo esserlo per forza !!!!!

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  6. Leggendo queste parole mi sono sentita piccola, io ad arrabbiarmi con il lavoro che non c'è, con i soldi che mancano, con le beghe tra sorelle, con .... altre mille piccolissime cose che non hanno alcuna importanza perchè i miei figli ci sono e sono sani,la mia famiglia tutto sommato sta in piedi. Nulla ha più importanza davanti alla sofferenza ed alla morte di un bambino, al dolore dignitoso della sua famiglia ed alla forza che trasmettete voi che uniti nella lotta vi sorreggete e confortate.

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  7. Le parole le hai scritte tutte tu...non vi conosco, ma vi abbraccio forte.

    vale

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  8. Piango, mi sono fermata più volte. Mi vergogno..... Spesso mi arrovello l'anima per cose davvero inutili se confrontate con il vostro inferno quotidiano. Ma spero per voi che riusciate a riveder le stelle.

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  9. Quando leggo queste cose penso che non vorrei essere madre ma nemmeno moglie, figla, sorella o amica, la morte in questi casi è veramente stronza!

    Ciao Bernardo

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    1. .....sono sconvolta...dispicuta di non esserci stata, ma anche sollevata non sarei stata in grado di gestire anche questo dolore..(lo sò sono vigliacca).. guardare negli occhi la mamma di Bernardo salutata pochi giorni prima e mi diceva " Luisa solo un miracolo mi può salvare".....Nel regno di op siamo tutta una famiglia ognuna si sobbarca le sofferenze delle altre perchè ognuna anche se in modo diverso sa cosa si passa...Serena e Luca sono i più guerrieri perchè la loro sofferenza non ha avuto pari "non hanno visto mai un pò di luce" (mamma Serena) ....per farmi forza mi sono sempre ispirata a loro in quanto il male del mio cucciolo è un'influenza a confronto.....i miei sensi di colpa sono aumentati, ma la mamma di Serena mi ha detto "a noi fa tanto piacere e ci solleva sapere che tanti bimbi migliorano"...Cara Serena, ti penso tanto... vorrei abbracciarti...come fa una mamma a superare la perdita di una parte del proprio cuore?

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  10. Io sono figlia di un paziente del regno di O. Ogni volta che ti leggo, una lacrima sfugge sempre, so cosa si prova, so cosa è chemio, radio, dolore. So che dal regno di O non ci usciremo, perché la situazione degenera. So che ci si abitua a passare per i corridoi e a dispensare sorrisi a chiunque,fare quattro chiacchiere, raccontarci una battuta, perché ormai il regno di O è una casa, e in una casa non si può stare sempre col muso, anche se la chemio è attaccata o l'ossigeno è attivo o la febbre è alta o il rumoraccio delle macchine è insopportabile. Ma leggere di Bernardo strazia, perché davvero non è giusto. Non è giusto a nessuna età, ma soprattutto a quella di Bernardo. Ti abbraccio e mando un abbraccio ai genitori di Bernardo, non esiste dolore più grande, credo. Bernard sarà vicino a tutti i bambini di Op, ne sono certa, non può finire qui. Non deve finire qui.

    Valentina

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  11. Chi non conosce il regno di Op soffre alcuni giorni per delle inutilità che fanno passare il tempo e la vita in fretta e senza traccia e senza cuore. Il mio cuore stamattina leggendo si è destato e si è stretto e poi allargato al pensiero che può desiderare il bene e la consolazione. Grazie per avere il coraggio di condividere con parole così semplici e piene queste piene di dolore. E' tanto utile. Migliora.
    Carmela

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  12. Ho pianto durante tutta la lettura. Ora sarà tornato a correre vedere e sorridere.
    S.

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  13. Cara Paola,quanto dolore per questo cucciolo che e' volato via,speriamo che per lui ci sia un secondo tempo pieno di giochi di corse di risate.Bernardo nella sua breve vita ha fatto circolare tanto amore e questo conta .Un grande immenso abbraccio a tutti voi che dovete proseguire la battaglia ,con coraggio tenacia e speranza ,forza forza forza!!!!!!!!un pensiero dal profondo del mio cuore a tutta la famiglia di Bernardo.nonna Carla

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  14. ora bernardo sarà felice, ne sono convinto! purtroppo la rabbia triplica perchè ad andarsene è stato un bimbo, come tanti altri. Felice vita eterna bernardino e un abbraccio con il cuore ai familiari!

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  15. Scusate.Leggo il vostro blog da parecchi mesi e non posso che essere umanamente partecipe di questa storia che potrebbe accadere ad ognuno di noi già domani mattina. Perchè è molto semplice dire << è toccato a loro ma a me non succederà mai >>.
    Anch'io come Luigi ho la mia famigliola "felice" ma le parole del papà di angelo mi hanno ferito. Le nostre aspettative non sono telecomandate. Si cerca di fare il meglio che si può. Non so cosa farei io al vostro posto, come reagirei,se avrei la stessa forza per raccontare. Ma mi dispiace essere accusata di faciloneria perchè non vivo questa realtà. La malattia purtroppo esiste, così come esiste l'handicap e credimi ognuno ha il suo modo di viverla e sentirla e anche di spiegarla ai propri figli.
    L'eccessiva curiosità della gente è un rischio da mettere in conto. C'è qui così come negli altri ambiti di vita. Sono un'insegnante di sostegno alla scuola dell'infanzia e ogni qualvolta mi trovo a dover accompagnare all'uscita i miei due piccoli sono spesso sommersa dalle domande sulla patologia, sulla vita di questi bimbi e delle loro famiglie. E pensare che io sono solo l'insegnante.
    Educare la gente al rispetto forse non tocca a te e nemmeno a me.
    questo è il mio primo e ultimo intervento
    Buona fortuna a tutti voi.

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  16. Ciao Bernardo, vola alto sui nostri cuori

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  17. Paola Natalicchio6 marzo 2012 09:22

    Mi spiace autenticamente che il commento del papà di Angelo ti abbia ferito. Le sue parole sono state nette, è vero. E sono suonate brusche. Ma non erano affatto un attacco personale a Luigi (che infatti mi sembra abbia fatto lo sforzo di coglierlo e lo ringrazio, come sempre, per la sua grande discrezione e sensibilità) nè a chiunque ci sta leggendo e direzionando il suo affetto e la sua attenzione.

    Lei fa un lavoro di grande utilità sociale e sono certa che lo svolge al meglio. Il suo lavoro è un tentativo costante di supportare bimbi destinati all'esclusione sociale. Diciamo che il tentativo più profondo di questo blog è esattamente questo. Includere i bambini malati nel dibattito pubblico. Senza paura e senza fare paura. In questo senso vivo la mia scrittura sul regno di Op come un fatto politico e tutt'altro che personale e interiore. Il personale e l'interiore fanno parte della nostra privacy... Nostra e delle famiglie di Op. Che qui compaiono con nomi cambiati, riferimenti generici. La tutela della loro privacy è per me un dovere morale. Arginare una richiesta di aggiornamenti e dettagli sulle singole situazioni e storie, che io racconto qui per dire altro e fare altro, è un obbligo a cui non posso venire meno.

    Ora, la buona fede di molti, direi di tutti voi è per noi chiarissima. Ma cercate di comprendere anche la nostra esigenza di chiarire la differenza tra questo spazio e un reality... Senza sentirvi feriti, nè attaccati. l'ho scritto altrove: facciamo questa palestra, questo esercizio insieme. Proviamo a leggere delle storie, scambiarcele (nei commenti ce ne sono di bellissime, nella mia mailbox ricevo lettere che sono un regalo impagabile) escludendo scientemente la morbosità e l'ansia di costanti "updates".

    Concludo su un punto che mi sta molto a cuore. La cosa che più mi rammarica è che possa essere passato un messaggio di "attacco" alle famiglie felici. Io ho scritto con chiarezza in "Lettera alle mie amiche di pancia" che qui non stiamo facendo il processo alla normalità, anzi! E' la nostra massima ambizione, le assicuro. Non ci sentiamo migliori perché impigliati in un quadro di sofferenza inattesa e ingiusta. E' esattamente questo che il blog NON vuole essere.

    Torni a sctivere e a trovarci. E davvero non si senta ferita e offesa per una precisazione. Provi a comprenderne il senso, le sarei grata del tentativo. Davvero. Paola

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  18. Paola carissima ho trovato anche io quell'appunto a Luigi un po' fuori luogo, come se il nostro "ruolo" qui sopra fosse di essere dei "contenitori" che assorbono le vostre parole e non fossimo in grado a nostra volta di interagire usando le nostre di parole. In ogni caso so che è difficile relazionarsi scrivendo perchè appunto non si colgono le sfumature che si potrebbero cogliere guardandosi, ascoltandosi e conoscendosi.
    Questo posto per ognuno di noi che lo visitiamo regolarmente è un posto speciale perchè lo scambio di sentimenti, la riflessione e l'empatia ci fanno sentire vivi e "contrastano" anche se debolmente, dolori grandi a cui nessuno di noi riesce a dare risposta.
    Ogni volta che vengo qui ... è anche per sapere come sta il vostro piccolo ... curiosità morbosa? No ... solo un pensiero buono per lui e per tutti i suoi amichetti del Regno di Op che meritano di uscire di lì con una diagnosi di guarigione.
    Con affetto sincero

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  19. Ciao piccolo...sono stata anche io una paziente del regno di op...il regno delle battaglie..delle lacrime.
    Impossibile trovare un senso..
    Paola grazie...a volte (spesso) mi sento in colpa ad essere guarita ..non riesco a capire perché...vi abbraccio fortissimo
    Viviana

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  20. Cara paola,sono la maestra del commento sopra, appoggio senza riserve la sua richiesta di pricacy.
    Sono convinta che i confronti tra persone intelligenti siano occasione di crescita.
    Abbraccio forte tutta la sua famiglia e sono sicura che un giorno il piccolo angelo possa sgambettare felice tra i banchetti della scuola materna. Continuerò a leggere e adiffondere questo blog perchè la vostra esperienza diventi patrimonio di tutti.
    E scusi la mia (apparente) durezza. Purtroppo è il mio carattere.
    Maestra Angela

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  21. Paola Natalicchio6 marzo 2012 22:16

    @Vero: grazie per quello che scrivi. Se ho lasciato i commenti aperti ai post è perché mi interessa sapere cosa arriva ai lettori di queste pagine. E sono felice che siamo una piccola comunità. Mi fido di questa comunità, tanto da pensare di poter parlare con franchezza a chi la frequenta. I toni sono stati fuori luogo, sul merito ho già detto la mia. Ma lo so bene, caro Vero, che la gran parte di voi se chiede notizie lo fa in buona fede e con affetto e sincera partecipazione e preoccupazione. L'importante è che i confini tra quello che abbiamo voglia di raccontarci e quello che resta fuori da qui restino chiari, saldi. Ma forse ne abbiamo parlato fin troppo. Torniamo a fidarci dell'empatia. Spero che questo resti per te un posto speciale....
    @Viviana: non sei la prima a scrivermi del senso di colpa dei guariti. Quello che posso dirti è che dai guariti ricevo i commenti e le lettere più belle, quelle che mi danno ossigeno e benzina per continuare. Molti guariti frequentano ancora oggi il nostro reparto. Ragazzi in età di laurea o con figli... Ogni tanto i medici ce li presentano, ci raccontano l'inferno che hanno attraversato e superato. Vedo le loro madri felici e fiere accanto. Non sai quanta forza questo dà a chi sta ancora combattendo. Io due-tre lettere di "guariti" le conservo, stampate e stropicciate, nel portafoglio... Davvero grazie per aver condiviso su queste pagine la tua storia di invincibile. Un bacio grande.
    @maestra Angela: dammi del tu. Sono felice che il nostro confronto abbia portato a un chiarimento sereno. Mi raccomando, abbi cura dei tuoi bambini sgambettanti...
    Una buona serata a tutti

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    1. Paola Natalicchio6 marzo 2012 22:18

      @maestra Angela: tra l'altro stamattina ti ho dato del tu prima e del lei poi. Ma ero in ospedale e scrivevo di frettissima :-)

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    2. Adoro i confronti e questo posto speciale. Un abbraccio affettuoso

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  22. sono davanti al pc e mi vergogno come una ladra perché non ho il diritto di avere la pelle d'oca e le guancie rigate di lacrime... io credo che ci sia un disegno per tutti e che sia volere di Dio, sebbene difficile da capire, il tracciato del nostro cammino... io credo nella sofferenza e nel potere che la sofferenza ha, sebbene nn ci sia dato di capire... sono malata io pure e delle volte chiedere "perché" ed incaponirsi in un comprensibile dolore acuto, sarebbe quanto di più normale si possa fare... ma non lo faccio, allargo le braccia e cerco di spiccare il volo nonostante tutto... tu stringi tuo figlio ed abbiate fede... in qualcosa qualsiasi... in culo alla balena... davvero!

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  23. La cosa che si può desiderare di più, è l'affetto delle persone care. Alla fine di tutto, è ciò che ci fa sentire esseri umani e che ci fa provare gioia in ogni situazione.

    Bernardo se n'è andato provando la gioia di tutto questo amore, e sarà sua per sempre...

    Grazie per aver condiviso questa storia. Pregherò perché tuo figlio possa vincere sulla sofferenza.

    nic

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