sabato 3 marzo 2012

Forza Juventus

Era lunedì. Erano le 10. Eravamo in day hospital a fare i prelievi. Si è aperta la porta che separa il reparto dalla medicheria e dalla zona degli uffici. E' sbucata un'infermiera che ha sempre un sorriso per tutti. E non sorrideva. L'ho guardata. Aveva gli occhi lucidi. Ho capito. Ho fatto un respiro e mi sono stretta al petto mio figlio, ancora più forte del solito. Poi è sbucata Gabriella, la portantina, con il contenitore delle provette in mano. Aveva la testa bassa. Allora l'ho fermata. E ho chiesto. "Bernardo non c'è più, è successo ieri".

Le ho stretto forte l'avambraccio, ho digrignato i denti, mi sono di nuovo abbracciata mio figlio e gli ho dato tre baci. Poi l'ho posato nel passeggino, mi sono abbracciata il papà, lo abbiamo infilato nella sua giacca a vento celeste, abbiamo chiamato il papà di Astrid dalla sala letti e siamo andati diretti al quarto piano. Abbiamo chiesto alla reception le istruzioni per la camera mortuaria. Erano 400 metri a piedi, tre padiglioni di distanza, un po' di strada in salita da fare a piedi, nel vento. Così mio figlio se n'è tornato col padre al decimo piano, tranquillo in ludoteca. Io e il papà di Astrid abbiamo proseguito. Passo veloce, rabbia, silenzio. Un vento ghiacciato a tagliare la faccia. Il Grande Ospedale con le sue strade, i suoi palazzi, i suoi parcheggi, le sue insegne a forma di freccia che sembrava un labirinto sterminato. Dopo dieci minuti a piedi l'abbiamo trovata. Camera mortuaria maledetta: non dovrebbe essere vietata ai minori di 18 anni? Di 14, almeno?

Bernardo ne aveva appena compiuti 11. Da agosto faceva una vita d'inferno. Era passato da una spiaggia dell'anconetano al Grande Ospedale in meno di 24 ore, un giorno infuocato in cui gli era scoppiato un mal di testa insopportabile, scambiato in prima battuta per un'insolazione. Era arrivato dall'ospedale di Ancona con l'elicottero. Planato in sala operatoria, la prima e la seconda volta. La testa spaccata in due come una mela, poi ricucita. I capelli prima lunghi, con i boccoli, poi rasati a soldato. I medici dissero: "E' un tumore raro, al liquor, il liquido cerebrale che scorre dal cervello alla colonna. Ma è benigno". E quell'aggettivo piacque a tutti. Era un inno alla speranza, alla vita. Una beffa ingiusta, uno straordinario inganno. Le cure sono andate avanti per un po'. Radioterapia. Poi pasticche per bocca. Ma i giorni passavano e la malattia degenerava. Così le gambe hanno smesso di muoversi, poi le braccia, poi una massa dietro agli occhi ha annebbiato la vista, poi Bernardo si è stancato di restare aggrappato a questo incubo senza senso ed è volato via.

Serena, sua madre, è una delle creature più bianche e miti e coraggiose e straordinarie che io abbia mai incontrato nel regno di Op. Si è inventata ogni cosa per mettere le ali al figlio immobile. Portava il letto davanti al corridoio per fargli vedere il viavai di bambini, parenti e infermiere che si agitavano fuori dalla stanza. Gli caricava i cartoni animati da youtube sul computer e gli metteva il portatile sul letto, appoggiato su un vassoio, per farglieli vedere un po'. Videogiochi, libri, fumetti. E soprattutto partite della Juventus, con papà Luca a leggergli ogni mattina gli articoli su Conte, Buffon e Del Piero dalla Gazzetta dello Sport. A sistemargli la sacra maglia a strisce bianche e nere a bordo letto. Che quest'anno era l'anno buono e ci avrebbero cucito senz'altro lo scudetto.

I nonni di Bernardo non hanno mollato il nipote e i figli per un momento. Avanti e indietro, a turni, dal loro paese di 800 anime, tra il Gran Sasso e il mare. Insieme alle due sorelle di Serena e a quella di Luca. E al fratellino di Bernardo di 4 anni, Antonio, che ogni tanto si portavano insieme come fosse un cucciolo di canguro nel marsupio, a fargli dare una carezza in corridoio da mamma e papà.

La mamma di Serena, magra come un chiodo, gli occhiali grandi e il grembiule sempre allacciato, si è occupata per mesi del pranzo e della cena. Era la regina della cucina comune dell'undicesimo piano, dove si poteva incontrare a tutte le ore, a impastare la massa per i maccheroni freschi o a mescolare la crema pasticciera, a girare il sugo o a scottare la carne. Cucinava per Bernardo, finchè ha potuto mangiare da sè, ma anche per il marito, per i consuoceri e per i ragazzi. Apparecchiava con le tovagliette e le posate di ferro i tavolini delle salette d'aspetto dell'undicesimo piano. Se c'erano altre famiglie in attesa dei risultati dei prelievi o di fare una visita offriva sempre una forchettata di fettuccine o un cucchiaio di pasta e ceci. Passava il pannocarta con lo spray appena finito, lasciava tutto lindo e pinto più di prima e poi si metteva a fare i piatti, mentre la consuocera stava in un angolo a strizzare i panni del bucato e a sistemare le magliette e le mutande sullo stendino, fuori in terrazzo. I nonni maschi invece facevano cruciverba e sfogliavano riviste, sempre gentili, parlottando sottovoce, con l'aria rassegnata ma composta, un sorriso per tutti i bambini che si mettevano lì accanto a disegnare o a studiare gli esercizi d'inglese con le maestre. "I nonni soffrono due volte. Per i figli e per i nipoti", ripetevano all'unisono a chi passava a salutare.

Una famiglia scolpita nella roccia, intrecciata, schierata a falange. Dalla fede incrollabile, dai mille racconti sui pellegrinaggi fatti a piedi al santuario di San Rocco e di San Gabriele. Una famiglia ferita, violentata, terremotata, accampata. Io li guardavo con le valigie e le salviettine rinfrescanti alla mano e li amavo, mi sentivo in colpa per il mio bambino malato a cinque minuti di macchina da casa, per la diagnosi che ci avevano dato, leggermente più fausta, e per la nostra possibilità ogni tanto di fare una doccia o un giro in passeggino per i corridoi.

Quando siamo entrati nella chiesetta della camera mortuaria, io e il papà di Astrid, spettinati dal vento, nascosti nei piumini, rossi di rabbia e dolore, erano tutti lì. Gli amici bellissimi della nostra maratona sui carboni ardenti. Piegati, sconfitti, sfiniti. Eppure sempre uniti, incollati, come anelli di una catena d'acciaio. Di quelle che si mettono attorno ai macigni per non far franare le montagne.

La mamma di Serena mi è venuta incontro. Ci siamo strette. "Lo abbiamo perso", mi ha detto. "Perché?", mi ha chiesto. "C'eravamo tutti, quando se n'è andato. Tutti attorno a lui. Non mancava nessuno", ha detto a mezza voce con orgoglio da matriarca. E mi ha indicato la figlia, in fondo. Mi ha dato il permesso di avvicinarmi, facendo "vai" con la mano.

Allora ho aspettato un po'. Qualche avemaria, qualche preghiera. Ho asciugato la faccia e poi sono partita dritta verso Serena e Luca e verso Bernardo addormentato nel legno, con i suoi guanti da aspirante Buffon ai piedi. Luca come sempre non ha detto niente. Gli ho dato un bacio sulla guancia, da parte di mio marito. "Dice Marco che vi vuole bene", gli ho detto. "Lo so", ha risposto. Poi Serena mi ha preso la faccia tra le mani. E abbiamo pianto in silenzio. Poi abbiamo pianto più forte. E poi mi ha detto due cose, che raccontano bene lei chi è. "Perché sei venuta? Perché ti stai prendendo pure questo dolore? Tornatene da Angelo, lo so che ci volete bene. Dai, tornatene da tuo marito, che non è giusto che ti metti a piangere per noi". E ancora: "Lo sai che ci ho parlato con lui, mentre se ne andava via? Gli ho detto che adesso si deve occupare di voi, di Astrid, di Manuel e di tutti. Adesso vi deve portare fuori da lì. Mi ha detto che ci pensa lui adesso".

Così abbiamo anche riso un po' e ci siamo promesse che sua mamma li avrebbe rifatti in Abruzzo, quei maccheroni. E ci saremmo tornati con Angelo e Astrid a mangiarli, seduti composti e comodi davanti al camino, a casa loro, con Antonio sulle ginocchia, un vino buono, la terrazza che da una parte vedi la montagna e dall'altra il mare. C'era la mansarda, se volevamo fermarci a dormire. Altro che la saletta dell'undicesimo piano e i tovaglioli di carta. Un pranzo da signori. Tutta la famiglia unita. E Bernardo, in qualche modo e da qualche parte, insieme a noi. Dentro di noi, sicuro. Incollato al cuore, ai pensieri. Alle domande. Per sempre.

mercoledì 22 febbraio 2012

Le pantofole e il pigiama


Corrado ha 11 anni, anche se ne dimostra almeno due in più. E' arrivato venerdì mattina a Roma. Non l'aveva vista mai, ma gli zii - con cui adesso Corrado vive, stringendosi un po' nella stanzetta del cuginetto di 10 mesi - non lo hanno portato nemmeno a fare un giro al Colosseo. Sono arrivati subito al Grande Ospedale, lo hanno lasciato nella immensa hall del quarto piano, davanti al bar, e lì Corrado finalmente ha rivisto mamma e papà.

Se n'erano andati dalla Basilicata in fretta e furia, con sua sorella Viola, che di anni ne ha 14. Via, subito. Con una mezza spiegazione. Qualche ora dopo quella visita per la scoliosi, una visita che Viola fa ogni anno, di routine. Solo che quest'anno dopo la visita niente è stato più come prima. La radiografia ha fotografato delle strane biglie sparse. Linfonodi. Due vicino alle vertebre più alte, una sotto la gola, una a due passi dal cuore. L'ortopedico ha consigliato ai genitori di mettersi in macchina e partire. Dritti e senza sosta verso il decimo piano del Grande Ospedale. Corrado parcheggiato dagli zii, salutato con un bacio in fronte e tre parole in croce.

"Abbiamo preso solo le pantofole e il pigiama, qualche maglietta a caso", ripete mamma Anna, un po' impressionata dalle teste calve dei nostri figli, in cerca però di contatto e coraggio, mentre spinge Viola ad avventurarsi nel corridoio del Regno di Op, reggendole il treppiedi con le ruote e con la flebo di acqua e sale. E noialtri genitori lì, a fare da comitato d'accoglienza, sul bordo delle nostre stanze, abituati a una vita sulla fune senza rete sotto, animali da ospedale, padroni di ogni centimetro del reparto, maratoneti del corridoio di cui Anna e Viola prendono adesso con spavento le misure.

Martina con la polmonite, Angelo con i postumi da chemio, Bernardo immobile a letto da agosto, Manuel alle prese col nuovo ciclo di cure, Astrid che finalmente sta tornando a camminare. E noi genitori che cambiamo le lenzuola, attacchiamo lavatrici al piano di sopra, facciamo avanti e dietro con la cucina comune, scherziamo con le infermiere in medicheria, parlando di valori, neutrofili e piastrine, maneggiando garze, antibiotici, pasticche e traversine.

Noi non la volevamo, qui, una come Viola. Una dolcezza da sciogliersi, gli occhiali neri e grandi, i capelli lisci e lunghi sulle spalle. L'ultimo anno alle medie, la scelta tra classico e scientifico a mezz'aria, la comitiva degli amici, le lezioni di danza, il coro della chiesa. Noi Corrado non volevamo vederlo, senza malattia e senza colpa, annoiato e tremante dall'altra parte del Muro di Berlino, nella zona del day hospital dove i parenti sono parcheggiati ed entrano a turni e a orari e dove i fratelli sono confinati in perenne attesa che arrivi qualcuno a fargli un saluto o una carezza. Perché i fratelli nel regno di Op se non hanno compiuto 12 anni nemmeno possono entrare. Mamma Anna doveva restarsene a casa, a cambiarsi i vestiti tutti giorni, dal parrucchiere ogni sabato con le amiche, a fare da baby sitter al nipotino che le abita di fronte.

Ogni nuovo arrivo nel nostro incredibile e parallelo universo è una coltellata silenziosa che rinnova il dolore acuto dell'inizio. Perché è l'inizio il punto esatto in cui nessun genitore vorrebbe mai tornare. E' il dolore dell'inizio quello che a nessuna madre, a nessun padre, a  nessun figlio e a nessun fratello  dovrebbe toccare mai. Quando perdi tutto e senza aver commesso reato finisci dentro con la tua pena da scontare. Sette mesi continuativi di cure, almeno, hanno detto a Viola. Ma qui qualcuno che è uscito prima di un anno si fa fatica a trovarlo.

Viola mi abita già nei pensieri. Inizia le terapie domani. Perderà il sorriso e perderà i capelli. Perché non può avere i 14 anni che ho avuto io? E perché la gente qui non smette mai di arrivare? Perché, continuamente, nuovi bambini-soldato sono strappati da un'infanzia qualunque, dall'adolescenza di tutti e si ritrovano delle biglie a due centimetri dal cuore, un linfoma nel sangue, una flebo al braccio, un inferno da attraversare senza poter scegliere di restare a cantare in chiesa, a studiare Pirandello, a litigare in santa pace col fratello in soggiorno per chi deve guardare la tv?

martedì 14 febbraio 2012

Goretex

Non sapevo cosa fosse il Goretex prima di quel week end di gennaio di due anni fa. Allora ero una giovane donna in precaria carriera. Il giornale in cui avevo sempre sognato di lavorare, quello fondato da Antonio Gramsci e con la striscia rossa in testa, era finito in stato di crisi e il contratto che avevo sempre sognato di avere era scaduto senza poter essere rinnovato. Nel frattempo avevo trovato una scrittura televisiva in Rai come "consulente" e facevo la precaria di lusso a duemila euro al mese in una trasmissione quotidiana del pomeriggio in cui salottavano politici, vallette e opinionisti da combattimento. Lavoravo venti ore al giorno, mangiavo male, avevo il telefonino aziendale, la partita iva e un conto in banca col segno più' davanti.

Pero' mi ero un po' persa. E siccome il sapore delle cose belle mi mancava un sacco, decisi di partire con la mia amica Flavia per Torino, a vedere una mostra dedicata al mio maestro Bobbio, a cent'anni dalla sua nascita. E a girare per i negozi di via Po, lungo i Murazzi, sotto la Mole. E a mangiare il cous cous con le polpette al sugo del Pastis.

Solo che a Torino quel week end di gennaio c'era la neve. E io la neve proprio non la so gestire. Cosi' la mia amica Flavia mi disse perentoria, prima della partenza:"Vatti a comprare le scarpe in Goretex, che col Goretex non ci puo' succedere niente".

Cosa fosse il Goretex proprio lo ignoravo. Ma senza fare troppe domande, entrai in un negozio di articoli sportivi e ne comprai un paio color sabbia. Io e Flavia ci facemmo le foto a piazza Castello con le scarpe inzuppate nei mucchi di neve, guardammo la mostra col mio amico Pietro che ci spiegava i pannelli, bevemmo cioccolata bollente con panna in un caffè' a piazza Veneto e birra chiara lungo le vie del quadrilatero romano. Poi mangiammo il cous cous da Pastis e la polenta con le salsicce in un'osteria veneta che stava li', nel cuore di Torino, non si sa perche'. E fummo spensierate e felici, col Goretex gagliardo e impenetrabile ai piedi, che ci manteneva  asciutte e invincibili.

Quando mi hanno consegnato la relazione dell'operazione che hanno fatto a mio figlio, lo scorso novembre, ero nella sala d'aspetto del reparto rianimazione dell'Ospedale dei Piccoli, il nosocomio più' panoramico d'Italia, davanti al terrazzo del Gianicolo. Mi sentivo un po' persa e disorientata, lontana dal Grande Ospedale che era stato fino ad allora la nostra casa, e lontana dal mio bambino, che mi facevano vedere dieci minuti al giorno. Un bambino che non aveva piu' il tumore, ma nemmeno la vena cava e un'altra vena che si chiama iliaca e che passa dal femore all'addome. In compenso, pero', se tutto avesse funzionato sarebbe tornato come prima, grazie a due incredibili protesi in Goretex che avrebbero consentito ad Angelo di riprendere a breve una vita normale. Muovere le gambe, ad esempio. Far battere il cuore. Cose cosi'.

Con le occhiaia da panda sul volto, quella mattina postoperatoria di novembre in cui festeggiavo la seconda data di nascita del mio bambino speciale, che sarebbe presto tornato dalla rianimazione al reparto con gli occhi spalancati e lo sguardo plastificato alla morfina, pensai al Goretex, mi chiesi chi fosse il suo geniale inventore, perche' ancora non avesse una statuetta nobel da esibire nel suo salotto e perche' non ci fosse il suo indirizzo stampato sulle protesi o sulle scarpe. Cosi', per mandargli due righe di ringraziamento, un mazzo di fiori, una lettera con dentro una poesia.

Poi i chirurghi che hanno operato mio figlio, che ho incalzato con domande sul Goretex, specifiche e ficcanti, mi hanno detto in coro e sorridendo: "Se lo scordi, signora, questo Goretex. E si goda il suo bambino".

A dire il vero io lo farei volentieri. Dimenticarmi tutto, godermi il mio bambino: e' tutto quello che voglio e sogno. Ma non e' ancora tempo. E siamo ancora nella trincea del Grande Ospedale, ricoverati per una febbre che arriva dal fegato, dicono, colpa di un farmaco che si chiama actinomicina e che pero' e' anche la venefica pozione che si sta occupando di sgomberare le ultime cellule tumorali eventualmente ancora in circolo. Oltre alla febbre epatica, abbiamo anche la tosse, che non ci fa dormire e il muco in gola che non ci fa mangiare.

Cosi' ieri, che a Roma e' tornato il sole, ma con la neve ancora per terra, accumulata ai lati dell'asfalto, dopo tre notti senza tornare a casa nemmeno per una doccia, ho tirato fuori le scarpe in Goretex color sabbia, lasciato Angelo con il papa' e fatto un giro sul mantello bianco nel quartiere del Grande Ospedale. Un'ora d'aria per rinfrescare la testa, incamerare un po' di ossigeno e tornare in stanza con i pensieri puliti e stirati. Ho infilato i piedi nelle pozzanghere e tirato calci di Goretex alla neve.

Con il Goretex non ci puo' succedere niente, ho pensato. E ho pensato che passera' anche questa febbre, questa tosse, questo freddo, questo ennesimo giro di giostra nel Grande Ospedale, a mangiare minestrina e pure' e a trascinare la flebo nel treppiedi con le ruote. Torneremo a casa anche stavolta, asciutti e al sicuro. A goderci il nostro bambino, certo. Spensierati e felici. Non ho dubbi. E' sicuro. E' per forza cosi'.

sabato 4 febbraio 2012

Le catene e i Moon Boot


Sono nata in un posto dove il mare mi entrava in casa dalla finestra. Ce l'avevo sempre davanti, fedele e sconfinato, dall'altra parte del vetro. Mi bastava aprire un po' per sentire il suo odore di alghe e di sale. E la sera, quando andavo a dormire e spegnevo la luce, la risacca delle onde sui sassi restava accesa, sempre, a dare un suono alla notte. Io la neve non la conosco dalla nascita, come diceva mia nonna del vino. Nel mio sud bagnato e salmastro non l'ho vista mai attaccarsi per terra. O forse sì, una o due volte, ma poche ore al massimo. Nemmeno il tempo di appallottolarla in un guanto.

Anche per questo sono scesa in strada, stamattina, in questa Roma surgelata e surreale, a guardare i bambini vestiti da montagna, scivolare e rialzarsi, giacca a vento e Moon Boot. Bella la neve, ho pensato un'istante, leggera come un fiocco anch'io, dopo aver bevuto il mio caffè bollente al bar, fatto una strana fila da guerra mondiale al panificio per quattro rosette, cercato invano un po' di frutta negli scaffali vuoti del supermercato. Bella la neve, davvero. Belli i bambini, a raccoglierla dai parabrezza, a scolpirla nei pupazzi davanti ai portoni. Bambini dappertutto, liberi nel gelo.

Poi sono tornata a casa, dal mio bambino di cristallo che non può uscire mai. Ho provato a spiegarglielo, dalla finestra, cos'era quel tappeto bianco srotolato sotto casa. Ma a dieci mesi, a stare fermi davanti alla finestra, ci si annoia un po'. Così ho chiuso la tenda, ho srotolato il tappeto colorato con gli animali e i suoni sul parquet, sparso un po' di giocattoli tutt'attorno e cercato di pensare ad altro. Ma la neve era nei titoli dei tg, nelle polemiche politiche, negli status e nelle foto degli amici su Facebook, nelle domande via sms dei parenti lontani. La neve degli altri, però. Così lontana, così diversa dalla neve del regno di Op.

Fredda la neve per Astrid, che dopo l'operazione al femore è ancora sulla sedia a rotelle e non è libera di prendere un autobus e di andare al liceo. Fosse nevicato a febbraio di un anno fa, magari, sarebbe uscita in strada con gli amici dei quartiere, mentre oggi è chiusa nella sua stanza a combattere con le stampelle, i farmaci, la nausea e la nostalgia.

Fredda la neve per Bernardo, che è peggiorato da Natale, ha male alla testa e non migliora. Gli hanno messo anche la pompetta del cortisone, così quando ha dolore la mamma spinge un tasto e un poco passa. Almeno quello. E almeno la Juventus prima in classifica, finalmente, campione d'inverno di un inverno che non finisce più. Bernardo la neve la conosce bene, nel suo paese in Abruzzo cade sempre, anche se da una parte c'è la montagna e dall'altra si vede il mare. E suo nonno lo ripete sempre che è una bella fortuna abitare in un posto così, anche se Bernardo non ci abita più da agosto e non si alza più dal letto da novembre e oggi nemmeno può arrivare al vetro della sua stanza d'ospedale per vedere la neve da lontano.

Fredda la neve per Martina, che in questi giorni non si può prendere nemmeno un raffreddore, perché sta per iniziare un ciclo di chemio ad alte dosi, poi il prelievo delle staminali, poi un mese in stretto isolamento, poi un autotrapianto e poi un' altra chemioterapia. Il protocollo per il suo linfoma recita così e a mamma Doriana tocca anche smettere di fumare e comprarsi l'Ipad. Perché durante lo stretto isolamento non si esce dalla stanza nemmeno per una sigaretta e si rimane da sole, ventuno giorni, senza poter ricevere visite, nemmeno dai papà. Alcuni papà rimangono per ore a torturarsi davanti a un quadrato trasparente di dieci centimetri per dieci che sta sulla porta di ogni stanza del regno di Op. Una fessura da cui possono guardare i figli e parlargli, senza però poterli toccare. Ma Martina ha 4 anni, vaglielo a spiegare perché papà non può entrare. Allora le hanno detto che per un mese è in viaggio, un viaggio importante, ma ogni giorno potrà vederlo su Skype e potrà parlarci tutto il tempo che vuole, sull'Ipad.

Fredda la neve per Michela, che ha i neutrofili quasi a zero ed è obbligata a portare la mascherina e stamattina doveva fare chemioterapia ma è rimasta bloccata a Gaeta, perché l'autostrada a Cassino era impraticabile e i treni peggio e speriamo non le salga la febbre e possa riprendere chemio lunedì.

Anche noi lunedì abbiamo chemioterapia, dopo tre settimane di pausa. E una eco di controllo che ci toglie il sonno. Speriamo che spazzino via la neve tra casa nostra e il Grande Ospedale. Speriamo che i pupazzi di neve si sciolgano, le scuole riaprano, niente di straordinario ed eccezionale ci tagli fuori dal mondo ancora di più di quanto già fuori ne siamo tagliati. 

Noi che quest'estate non abbiamo visto il mare, a ferragosto non abbiamo preso il sole, a Natale abbiamo centellinato i parenti. Noi che le nostre vite le abbiamo messe in freezer nostro malgrado e speriamo di scongelarle, prima o dopo. E nel frattempo battiamo i denti e tremiamo un po'. E cerchiamo di abituarci in silenzio al sapore della rinuncia, riuscendoci molto meglio quando qualcosa non ce la ricorda. E cerchiamo di dormire la notte, al caldo dei piumoni di casa o delle coperte marroni di pelo del Grande Ospedale. Nonostante lo strazio di vedere i nostri bambini sempre in pericolo. Sempre costretti a girare in catene. Quando abbiamo sognato per loro, come per tutti, un'infanzia in slittino, giacca a vento e Moon Boot.

sabato 28 gennaio 2012

Se fossi padre

Se fossi padre, nel regno di Op, dovrei attenermi agli orari di entrata e uscita. Ogni sera saluterei mio figlio con un bacio sulla fronte, mia moglie con un abbraccio e tornerei da solo, a casa, guidando sfinito e sovrappensiero, cenando con un panino e poi a letto, senza riuscire a prendere sonno. Scrivendo sms, preparando e disfacendo valigie, pensando con angoscia e tormento a chi resta a dormire sulla branda pieghevole del regno di Op.

Se fossi padre, mi sveglierei quando fuori è ancora buio e la mattina alle 7 passerei dal bar del Grande Ospedale, mi farei largo tra la folla appoggiata al bancone, ordinerei un cappuccino a portar via nel bicchiere di plastica e camminerei veloce, verso l'ascensore, attento a non far rovesciare la schiuma. Poi suonerei il campanello davanti alla porta a vetri bianca e blu del regno di Op, saluterei le infermiere al cambio turno ancora con le divise in mano, i portantini dietro al carrello della colazione, gli altri papà tornati alla base, ed entrerei in stanza, finalmente sollevato, finalmente al mio posto. Anch'io.

Se fossi padre, a ogni ricovero nel regno di Op, mi manderebbero subito al terzo piano a sbrigare le pratiche amministrative, anche se vorrei stare lì al decimo, in medicheria, con mio figlio e con sua madre. Sapere come va la febbre, se la medicazione del catetere è a posto, se le complicazioni alla terapia sono normali, se la frequenza cardiaca va bene, che farmaci metteranno in flebo, a che ora passeranno i dottori. "Vada prima ad aprire la cartella del ricovero in amministrazione, papà", mi ripeterebbe bonariamente una delle infermiere di Op. E se fossi padre, cuore in gola e documenti alla mano, farei un bel respiro e, senza scelta, andrei.

Se fossi padre penserei a rinnovare l'abbonamento al parcheggio del Grande Ospedale a fine mese, a comprare le bottiglie di latte in farmacia e i pannolini al supermercato, a prendere le ricette dal pediatra, a fare la coda alla Asl, a sistemare le cose al lavoro, ad aggiornare i nonni sull'ultima ecocardio e sulla prossima Tac.

Se fossi padre nessuno parlerebbe del mio dolore. Verrebbe prima quello della mia donna, poi quello del sangue del mio sangue. E imparerei anch'io a pensare così: prima la mamma, poi il piccolo. Solo dopo, io: così impotente, così accessorio, così incapace di proteggerli, così obbligato a proteggermi. Se fossi padre, nel regno di Op, mi sentirei in colpa, non mi sentirei abbastanza, mi suonerei fuori posto, vorrei fare di più. Immotivatamente, certamente: se fossi padre starei più o meno così.

E' per questo che penso che sia meglio essere madri, nel regno di Op. Incrollabili, onnipresenti e fiere. A volte fragili, altre volte d'acciaio, con le radici ben piantate a terra, la comprensione di tutti attorno, l'assistenza costante, la solidarietà. E i padri a fianco a cui appoggiarsi. Parafulmini silenziosi, discreti e laterali, a bussare piano alla porta, la mattina. A chiederci com'è andata la notte, a portarci una maglietta di ricambio. Un giornale fresco di stampa, un cornetto caldo, un tubetto di dentifricio. Un bacio, un caffè.