Le ho stretto forte l'avambraccio, ho digrignato i denti, mi sono di nuovo abbracciata mio figlio e gli ho dato tre baci. Poi l'ho posato nel passeggino, mi sono abbracciata il papà, lo abbiamo infilato nella sua giacca a vento celeste, abbiamo chiamato il papà di Astrid dalla sala letti e siamo andati diretti al quarto piano. Abbiamo chiesto alla reception le istruzioni per la camera mortuaria. Erano 400 metri a piedi, tre padiglioni di distanza, un po' di strada in salita da fare a piedi, nel vento. Così mio figlio se n'è tornato col padre al decimo piano, tranquillo in ludoteca. Io e il papà di Astrid abbiamo proseguito. Passo veloce, rabbia, silenzio. Un vento ghiacciato a tagliare la faccia. Il Grande Ospedale con le sue strade, i suoi palazzi, i suoi parcheggi, le sue insegne a forma di freccia che sembrava un labirinto sterminato. Dopo dieci minuti a piedi l'abbiamo trovata. Camera mortuaria maledetta: non dovrebbe essere vietata ai minori di 18 anni? Di 14, almeno?
Bernardo ne aveva appena compiuti 11. Da agosto faceva una vita d'inferno. Era passato da una spiaggia dell'anconetano al Grande Ospedale in meno di 24 ore, un giorno infuocato in cui gli era scoppiato un mal di testa insopportabile, scambiato in prima battuta per un'insolazione. Era arrivato dall'ospedale di Ancona con l'elicottero. Planato in sala operatoria, la prima e la seconda volta. La testa spaccata in due come una mela, poi ricucita. I capelli prima lunghi, con i boccoli, poi rasati a soldato. I medici dissero: "E' un tumore raro, al liquor, il liquido cerebrale che scorre dal cervello alla colonna. Ma è benigno". E quell'aggettivo piacque a tutti. Era un inno alla speranza, alla vita. Una beffa ingiusta, uno straordinario inganno. Le cure sono andate avanti per un po'. Radioterapia. Poi pasticche per bocca. Ma i giorni passavano e la malattia degenerava. Così le gambe hanno smesso di muoversi, poi le braccia, poi una massa dietro agli occhi ha annebbiato la vista, poi Bernardo si è stancato di restare aggrappato a questo incubo senza senso ed è volato via.
Serena, sua madre, è una delle creature più bianche e miti e coraggiose e straordinarie che io abbia mai incontrato nel regno di Op. Si è inventata ogni cosa per mettere le ali al figlio immobile. Portava il letto davanti al corridoio per fargli vedere il viavai di bambini, parenti e infermiere che si agitavano fuori dalla stanza. Gli caricava i cartoni animati da youtube sul computer e gli metteva il portatile sul letto, appoggiato su un vassoio, per farglieli vedere un po'. Videogiochi, libri, fumetti. E soprattutto partite della Juventus, con papà Luca a leggergli ogni mattina gli articoli su Conte, Buffon e Del Piero dalla Gazzetta dello Sport. A sistemargli la sacra maglia a strisce bianche e nere a bordo letto. Che quest'anno era l'anno buono e ci avrebbero cucito senz'altro lo scudetto.
I nonni di Bernardo non hanno mollato il nipote e i figli per un momento. Avanti e indietro, a turni, dal loro paese di 800 anime, tra il Gran Sasso e il mare. Insieme alle due sorelle di Serena e a quella di Luca. E al fratellino di Bernardo di 4 anni, Antonio, che ogni tanto si portavano insieme come fosse un cucciolo di canguro nel marsupio, a fargli dare una carezza in corridoio da mamma e papà.
La mamma di Serena, magra come un chiodo, gli occhiali grandi e il grembiule sempre allacciato, si è occupata per mesi del pranzo e della cena. Era la regina della cucina comune dell'undicesimo piano, dove si poteva incontrare a tutte le ore, a impastare la massa per i maccheroni freschi o a mescolare la crema pasticciera, a girare il sugo o a scottare la carne. Cucinava per Bernardo, finchè ha potuto mangiare da sè, ma anche per il marito, per i consuoceri e per i ragazzi. Apparecchiava con le tovagliette e le posate di ferro i tavolini delle salette d'aspetto dell'undicesimo piano. Se c'erano altre famiglie in attesa dei risultati dei prelievi o di fare una visita offriva sempre una forchettata di fettuccine o un cucchiaio di pasta e ceci. Passava il pannocarta con lo spray appena finito, lasciava tutto lindo e pinto più di prima e poi si metteva a fare i piatti, mentre la consuocera stava in un angolo a strizzare i panni del bucato e a sistemare le magliette e le mutande sullo stendino, fuori in terrazzo. I nonni maschi invece facevano cruciverba e sfogliavano riviste, sempre gentili, parlottando sottovoce, con l'aria rassegnata ma composta, un sorriso per tutti i bambini che si mettevano lì accanto a disegnare o a studiare gli esercizi d'inglese con le maestre. "I nonni soffrono due volte. Per i figli e per i nipoti", ripetevano all'unisono a chi passava a salutare.
Una famiglia scolpita nella roccia, intrecciata, schierata a falange. Dalla fede incrollabile, dai mille racconti sui pellegrinaggi fatti a piedi al santuario di San Rocco e di San Gabriele. Una famiglia ferita, violentata, terremotata, accampata. Io li guardavo con le valigie e le salviettine rinfrescanti alla mano e li amavo, mi sentivo in colpa per il mio bambino malato a cinque minuti di macchina da casa, per la diagnosi che ci avevano dato, leggermente più fausta, e per la nostra possibilità ogni tanto di fare una doccia o un giro in passeggino per i corridoi.
Quando siamo entrati nella chiesetta della camera mortuaria, io e il papà di Astrid, spettinati dal vento, nascosti nei piumini, rossi di rabbia e dolore, erano tutti lì. Gli amici bellissimi della nostra maratona sui carboni ardenti. Piegati, sconfitti, sfiniti. Eppure sempre uniti, incollati, come anelli di una catena d'acciaio. Di quelle che si mettono attorno ai macigni per non far franare le montagne.
La mamma di Serena mi è venuta incontro. Ci siamo strette. "Lo abbiamo perso", mi ha detto. "Perché?", mi ha chiesto. "C'eravamo tutti, quando se n'è andato. Tutti attorno a lui. Non mancava nessuno", ha detto a mezza voce con orgoglio da matriarca. E mi ha indicato la figlia, in fondo. Mi ha dato il permesso di avvicinarmi, facendo "vai" con la mano.
Allora ho aspettato un po'. Qualche avemaria, qualche preghiera. Ho asciugato la faccia e poi sono partita dritta verso Serena e Luca e verso Bernardo addormentato nel legno, con i suoi guanti da aspirante Buffon ai piedi. Luca come sempre non ha detto niente. Gli ho dato un bacio sulla guancia, da parte di mio marito. "Dice Marco che vi vuole bene", gli ho detto. "Lo so", ha risposto. Poi Serena mi ha preso la faccia tra le mani. E abbiamo pianto in silenzio. Poi abbiamo pianto più forte. E poi mi ha detto due cose, che raccontano bene lei chi è. "Perché sei venuta? Perché ti stai prendendo pure questo dolore? Tornatene da Angelo, lo so che ci volete bene. Dai, tornatene da tuo marito, che non è giusto che ti metti a piangere per noi". E ancora: "Lo sai che ci ho parlato con lui, mentre se ne andava via? Gli ho detto che adesso si deve occupare di voi, di Astrid, di Manuel e di tutti. Adesso vi deve portare fuori da lì. Mi ha detto che ci pensa lui adesso".
Così abbiamo anche riso un po' e ci siamo promesse che sua mamma li avrebbe rifatti in Abruzzo, quei maccheroni. E ci saremmo tornati con Angelo e Astrid a mangiarli, seduti composti e comodi davanti al camino, a casa loro, con Antonio sulle ginocchia, un vino buono, la terrazza che da una parte vedi la montagna e dall'altra il mare. C'era la mansarda, se volevamo fermarci a dormire. Altro che la saletta dell'undicesimo piano e i tovaglioli di carta. Un pranzo da signori. Tutta la famiglia unita. E Bernardo, in qualche modo e da qualche parte, insieme a noi. Dentro di noi, sicuro. Incollato al cuore, ai pensieri. Alle domande. Per sempre.